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La mostra Dash di Cao Fei apre gli spazi del Podium alla Fondazione Prada a Milano dal 9 aprile al 28 settembre 2026, proponendo un percorso che fonde documentazione e installazione. L’artista, nota per intrecciare immaginari urbani e tecnologici, presenta qui un progetto che nasce da anni di indagine sulle campagne della Cina e del Sud-Est asiatico, mettendo al centro temi come la smart agriculture, l’invecchiamento della popolazione rurale e l’impatto dei cambiamenti climatici.
La proposta non si limita a mostrare strumenti: invita a considerare l’agricoltura come un territorio di tensioni temporali, dove passato e futuro si incontrano.
L’origine del progetto e il lavoro sul campo
Negli ultimi tre anni Cao Fei ha condotto una ricerca capillare che combina osservazione etnografica e raccolta d’archivio.
L’itinerario di indagine ha esplorato le pratiche quotidiane, le trasformazioni produttive e la diffusione di droni agricoli e algoritmi per la gestione delle colture. Attraverso questo lavoro si mette a fuoco come la tecnologia aumenti l’efficienza e riduca il lavoro manuale, ma anche come alteri consuetudini e saperi locali.
L’artista descrive la mostra come un luogo di scavo: una sorta di archeologia contemporanea che stratifica testimonianze e dispositivi per restituire una cronologia delle mutazioni del mondo rurale.
Ricerca documentaria e memoria storica
La sezione storica affianca materiali d’epoca a interviste recenti: documentari, fotografie, videointerviste, locandine e libri ricostruiscono il percorso agricolo cinese dal secondo dopoguerra agli anni ’80. Questo impianto archivistico non è solo contesto: diventa materia dell’opera, con elementi che dialogano con le installazioni contemporanee per offrire una cronistoria delle trasformazioni. Il confronto tra documenti e tecnologie attuali suggerisce come modelli politici ed economici abbiano ridefinito il rapporto tra comunità e territorio, trasformando anche il senso del lavoro e della cura della terra.
L’allestimento: spazi, oggetti e linguaggi digitali
La mostra è concepita come un ambiente multisensoriale: dal granaio che ospita il video omonimo alle strutture che riproducono un tempio costruito con sacchi di fertilizzante, sino a una piccola piantagione di banani artificiali che circonda giochi di realtà virtuale. Tra le opere principali si trovano Dash-180c, un game di realtà virtuale che restituisce la percezione di un drone, e The Birth, un’installazione che mette in scena l’incontro tra pratiche rituali e dispositivi tecnologici. Oggetti tradizionali per la raccolta convivono con sensori e interfacce, creando cortocircuiti visivi e narrativi.
Esperienze immersive e partecipazione
Il visitatore è chiamato a diventare parte dell’opera: attraverso la realtà virtuale si osservano paesaggi dove la presenza umana è mediata da intelligenza artificiale e macchine agricole, mentre video a tre canali e installazioni sonore ricreano atmosfere che oscillano tra il rituale e il tecnico. L’allestimento sollecita un’interazione che non è solo spettacolare, ma riflessiva: guardare con gli occhi di un drone significa ripensare il punto di vista sul lavoro e sulla proprietà della terra, e contemplare la possibilità che la tecnologia diventi nuova forma di liturgia o di dipendenza.
Temi centrali e spunti di riflessione
Al cuore di Dash ci sono domande cruciali: quale valore assume il lavoro in un’epoca dominata dall’automazione? Come coesistono uomo, macchina e natura? L’opera non celebra acriticamente il progresso tecnologico, ma propone una lettura stratificata in cui intelligenza artificiale e esperienza tradizionale si influenzano reciprocamente. Le scene in cui agricoltori offrono ai droni segni di devozione mostrano come il sacro possa riorganizzarsi attorno a nuove entità, mentre la documentazione storica ricorda che ogni innovazione comporta ridistribuzioni di potere e saperi.



