Deserto del Gobi: cosa vedere e come organizzare il viaggio

Il Deserto del Gobi è un immenso deserto asiatico che si sviluppa a metà tra la Mongolia meridionale e il nord della Cina.

La Mongolia è un paese affascinante non solo per la popolazione, dedita alla tradizione e alle loro usanze, ma anche per gli infiniti paesaggi desertici e rocciosi, quelli dominati dalle interminabili steppe o dai boschi più a nord.

Ci siamo stati l’estate scorsa con un gruppo di persone che hanno deciso come me di intraprendere questo pazzo viaggio per il Deserto del Gobi grazie all’organizzazione di Amitaba. Stranamente abbiamo trovato molta pioggia che ha reso il viaggio di difficile percorrenza, ma rendendolo più avventuroso ed entusiasmante che mai, ci ha donato sicuramente dei momenti indimenticabili nel fango a spingere i nostri due amati wazz (vecchi furgoncini, simili a quelli degli hippie, ma da guerra, lasciati dai russi dopo le purghe russe degli anni ’30) guidati dagli abilissimi e amatissimi Ghirlè e Moghi.

Gli spazi sconfinati del Deserto del Gobi aprono la mente alla riflessione e certe volte ad una solitudine diversa da quella a cui siamo abituati in Italia; qui ti senti solo per il rapporto che hai con il mondo circostante, gli orizzonti sembrano inavvicinabili e neanche tangibili, tutto appare lontano e tu come uomo ti senti solo in balia della natura, del deserto. Ogni tanto si hanno spiragli di vita, in giro per il deserto si possono incontrare intere famiglie nomadi che si spostano in base alla stagione, calda o fredda, con la loro gher e il bestiame: capre, cavalli o cammelli. Con questi animali producono latte, panna, formaggi e sono il principale mezzo di sostentamento per i nomadi, che tra l’altro ne mangiano la carne, preferendo il grasso, a differenza da noi i mongoli non mangiano verdure (i nostri autisti sono stati più che chiari su questo punto). È usanza fermarsi ad ogni gher in cui ci si imbatte, tutti devono entrare e il capo famiglia offre pane, latte salato con the, panna (buonissima), formaggi e qualcuno anche vodka (l’ho provata ed era molto buona), tabacco da sniffo, e altre pietanze; tutto “home made” da loro.

Usciti dalla vallata di un canyon ecco davanti a noi le prime e ultime dune del viaggio. Una vista incredibile.

Vagando per il deserto ci si imbatte negli ovo, montagne di pietre dedicate ad una divinità buddista, si riconoscono grazie a dei tessuti azzurri color cielo, altri bianchi color latte e altri ancora rossi, gialli, verdi. È importante sapere che il deserto in Mongolia è roccioso, solo in un luogo preciso potrete trovare le dune di sabbia come nel Sahara. Se ci andrete sappiate che dovrete “scalare” una duna e vi consiglio di prendere, per esperienza, la salita meno pendente anche se più lunga, sulla sabbia un passo avanti sono tre passi indietro, non è un modo di dire. A piedi nudi fino alla cima della duna, qualche foto con la gopro (sconsigliate macchine fotografiche normali per la sabbia e per la fatica a salire) e ammirando il paesaggio circostante si vede una totale differenza: un versante è di deserto sabbioso e l’altro di deserto roccioso. Quando è il momento di tornare, giù di corsa verso valle e, parola mia, sembra di volare. Saltellando con una leggerezza mai percepita e ammortizzando ogni salto con la sabbia si arriva alla macchina senza problemi, in pochi minuti.

Ora, vi chiederete, ma perchè andare in Mongolia, a Luglio, durante le vacanze, quando potreste andare ai Caraibi o chissà dove? Per i seguenti 5 motivi:

  1. Amate viaggiare (ovvio), esperienze nuove, ecc.. .
  2. Siete stanchi del cemento.
  3. Siete stanchi delle idiozie della gente e volete un po di introspezione.
  4. Volete vivere un’avventura (fidatevi).
  5. Volete vedere un cielo notturno di quelli che solo nei cartoni animati riuscireste a vedere: nero, pieno di luccichi e di stelle che non scorgereste ad occhio nudo neanche nella zona più buia d’Italia. Il buio più totale intorno alla vostra tenda si schiarisce con la luce del cielo e l’orizzonte quasi si confonde con il buio della notte, neanche una luce, una voce o un suono.

Il popolo mongolo è speciale, è un popolo dedito alla tradizione e al suo mantenimento. Basti pensare che nel ’24, con le purghe staliniane, la Mongolia è stata invasa dai russi e dopo il ’38 dei 200 templi buddisti ne rimasero una ventina. I monasteri buddisti al tempo erano un importante centro di potere politico, culturale e religioso e i russi per rinnovare la cultura verso il nuovo e quindi avere meno ostacoli li distrussero. È grazie a persone che hanno sacrificato la loro vita per custodire questi saperi che oggi possiamo ammirare il museo dedicato a Danzan Ravjaa a Sainshand. Quest’uomo era un medico, poeta, insegnante di musica, danza e scienze, autore di opere teatrali, pittore e fu anche l’ideatore e il fondatore del centro energetico a noi conosciuto come Shambala. Egli affidò i suoi cimeli ad uno dei suoi discepoli che ne divenne il custode. Quest’ultimo con l’arrivo dei russi sottrasse di notte pian piano tutte le reliquie e le nascose sotto terra. Dopo la rivoluzione e l’arresa dei russi il nuovo custode le dissotterrò (da 60 bauli se ne hanno 20) e ne fece un museo. Questo museo ora si pone come centro di riferimento per il rinnovo della cultura mongola e ha l’obiettivo di riportare questo luogo alla sua antica funzione: l’istruzione. Era luogo di destinazione per diverse culture, giungevano qui perfino americani e inglesi.

Il buddismo ha un ruolo fondamentale in Mongolia, soprattutto i monasteri. Il tibetano è una lingua sconosciuta ai mongoli, ad eccezione dei monaci, e i testi buddisti sono interamente scritti in tibetano, motivo per cui i mongoli sono soliti fare offerte in cambio di preghiere.

Vorrei raccontarvi di più ma questa voleva essere una breve introduzione sul mio viaggio in Mongolia e su ciò che abbiamo visto, imparato e vissuto.

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