Mostra Riflesso del Bronzo: gli alberi di Penone alla Gagosian

Penone trasforma rami e corteccia in sculture di bronzo che raccontano crescita, tempo e memoria in uno spazio espositivo atipico

La personale di Giuseppe Penone alla galleria Gagosian di Manhattan propone un’esperienza che somiglia a una camminata nei boschi del Piemonte, ma si svolge all’interno di un ex deposito per Tir. Le grandi opere in mostra sono state realizzate nelle fonderie Del Chiaro di Pietrasanta e costituiscono un capitolo nuovo e insieme coerente nella ricerca dell’artista di Garessio, figura chiave dell’Arte Povera.

L’allestimento, curato da Adam Weinberg, mette in relazione passaggi naturali e tecniche di fusione per interrogare il concetto di durata.

L’esposizione, in calendario dal 21 aprile al 2 luglio, segna la prima presenza di Penone nella sede newyorkese della galleria e richiama le grandi installazioni che in passato hanno trovato collocazione in contesti monumentali come Versailles, la Reggia di Venaria, il Rijksmuseum e il Centre Pompidou.

Trasportare questi pezzi oltreoceano ha richiesto soluzioni logistiche complesse, ma ha anche illustrato come oggi le gallerie possano svolgere ruoli simili a quelli delle istituzioni museali nella produzione e nella circolazione di lavori di grande scala.

Il progetto e il significato del bronzo

La mostra esplora l’idea del bronzo non semplicemente come materiale permanente, ma come uno strumento per raccontare la trasformazione.

Penone parte da pratiche avviate alla fine degli anni Sessanta, quando interveniva direttamente sul legno per riportare alla luce forme interne, e traduce oggi quella stessa attenzione in sculture metalliche che congelano un processo vivo. Qui il processo organico dell’albero viene fissato: il materiale metallico rende visibile l’arco temporale della crescita, delle cicatrici e della corteccia, offrendo una lente che ribalta la percezione consueta di durata e caducità.

Dalle ricerche iniziali a oggi

Nel lavoro di Penone la ripetizione e la misurazione del tempo sono costanti: dai ‘tagli’ nel legno degli anni Sessanta si è arrivati a opere in cui il tronco è prima scolpito, poi fuso. Le nuove sculture esposte a Manhattan nascono da questa doppia operazione, dove la memoria tattile del legno convive con la superficie metallica del bronzo. L’uso del metallo non serve a negare la fragilità dell’organico ma a illuminarne i passaggi, trasformando l’arte in una forma di misurazione e conservazione del divenire.

Il percorso espositivo: tre momenti

Il progetto si sviluppa in tre sequenze tematiche. La prima sala è concepita come una foresta domestica, con centinaia di fogli di sughero applicati alle pareti, ognuno rappresentante un albero la cui corteccia si rinnova ogni nove anni. Al centro è sospesa una scultura del 2026 che rielabora il mito di Marsia e il tema della pelle e della scorticatura, un rimando potente alla vulnerabilità e alla vendetta del mettere a nudo. Questo primo atto stabilisce il tono: natura, storia e mito dialogano attraverso superfici lavorate.

Clepsydra, larice e i tronchi trattenuti

La seconda sezione accoglie le Clepsydra, quattro opere realizzate tra 2012 e 2026 che mostrano età differenti dell’albero grazie alla sovrapposizione di segmenti fusi in momenti successivi. Accanto trova posto Un Anno di Bronzo – Larice, una scultura di corteccia in cui è inserita una pianta viva, e la serie Trattenere 6, 8, 12, 16, 20 anni di crescita, cinque tronchi fusi a intervalli regolari, ognuno afferrato al centro dalla mano dell’artista. Questi pezzi funzionano come registri temporali: la scultura diventa cronometro e archivio della crescita.

Riflesso del Bronzo: lo specchio e la trasformazione

L’ultima sala ospita l’opera che dà il titolo alla mostra, Riflesso del Bronzo, concepita in dialogo con uno specchio egizio in bronzo prestato dal Brooklyn Museum. Il confronto tra l’oggetto antico, carico di storia, e una fila di specchi di bronzo contemporanei che vanno dal lucido al progressivo ruvidezzarsi crea una narrazione sulla metamorfosi delle superfici. Ogni elemento successivo è stato cerato e rifuso più volte, in una successione che ricorda un decadimento alla Dorian Gray ma è soprattutto una testimonianza delle molteplici trasformazioni che il materiale può attraversare.

L’allestimento testimonia anche il ruolo crescente delle gallerie nel sostenere operazioni che un tempo erano appannaggio esclusivo dei musei: l’impiego di spazi non convenzionali, la cura nelle fasi di trasporto dalla Toscana e le collaborazioni con istituzioni internazionali dimostrano come produzione, conservazione e mostra possano intrecciarsi in modi nuovi. In definitiva, la personale newyorkese di Penone offre una riflessione intensa sul tempo, la materia e la memoria, mettendo il visitatore al centro di una foresta sospesa tra storia e presente.

Scritto da Elena Rossi

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