Con l’arrivo dell’autunno, la voglia di viaggiare non si affievolisce: le temperature più miti, la diminuzione dei flussi turistici e i costi ridotti attirano numerosi viaggiatori verso le città d’arte e i borghi storici. In questo periodo, la piattaforma di prenotazioni intermodali Omio ha stilato una classifica delle mete europee più indicate per una vacanza nel mese di ottobre, prendendo in considerazione criteri climatici, di affluenza e di accessibilità.
Il risultato evidenzia che, in Italia, BariBologna e Napoli si posizionano tra le destinazioni più performanti, quasi a ridosso del capolavoro croato di Spalato. Tuttavia, dietro i buoni punteggi si nasconde una realtà più complessa, soprattutto per il settore della ristorazione nelle città più frequentate.
Le mete italiane che spiccano a ottobre secondo Omio
Omio ha attribuito a ogni località un Late Summer Score compreso tra 0 e 100, basandosi su quattro indicatori pesati: variazione stagionale dei pernottamenti dopo agosto (35 %), comfort climatico (30 %), potenziale di itinerario con più tappe successive (20 %) e accessibilità (15 %). Spalato guida la graduatoria con 89 punti, seguita da Bari (84), Bologna (81) e, poco più in basso, Napoli (68).
Le città italiane ottengono punteggi elevati grazie a temperature ancora sopra la media di ottobre e a una evidente diminuzione del numero di pernottamenti rispetto al picco estivo, fattori che rendono le destinazioni più accoglienti e meno affollate.
Il calcolo di Omio premia anche la capacità di organizzare percorsi che includano almeno due tappe consecutive: ad esempio, da Bari è facile collegarsi a Lecce o a Matera, da Bologna è possibile proseguire verso Firenze o Venezia, mentre Napoli consente un salto verso la Costiera Amalfitana o la Campania interna.
L’accessibilità, valutata in termini di collegamenti ferroviari, aerei e stradali, ha un peso più contenuto, ma resta decisiva per chi viaggia con budget limitati.
Bari: boom di visitatori ma crisi per i ristoratori
Nel 2026 la città dei trulli ha registrato 2,3 milioni di pernottamenti, un dato che, a prima vista, suggerisce un “boom” turistico. In realtà, i ristoranti locali denunciano una drastica riduzione del fatturato, con incassi dimezzati rispetto a qualche anno fa nonostante la stessa capacità di posti a sedere. I clienti, spesso gruppi di tre o più persone, tendono a ordinare un unico piatto per poi dividerlo, riducendo così lo scontrino medio a livelli molto bassi.
Tra i piatti tipici più richiesti, i prezzi oscillano tra i 14 e i 20 euro: dagli spaghetti all’assassina alle orecchiette con le rape fino alle fave e cicorie. Queste cifre, seppur rappresentino la qualità della cucina pugliese, risultano elevate per i turisti frugali provenienti soprattutto da paesi con minori capacità di spesa e che usufruiscono di voli low-cost. Il presidente dell’Unione Horeca, Gianni Del Mastro, sottolinea che la crisi energetica e l’inflazione hanno aumentato i costi delle derrate, rendendo difficile mantenere la redditività.
Le cause del calo di spesa
Il fenomeno è alimentato da tre fattori principali: la diminuzione del potere d’acquisto della classe media, la competizione dei B&B e delle case vacanza – spesso dotate di cucina – che spingono i visitatori a preparare i propri pasti, e la predominanza di viaggiatori low-cost, attratti da connessioni aeree a prezzi ridotti. I supermercati della zona, dal canto loro, hanno registrato un raddoppio degli incassi nello stesso periodo, a dimostrazione del cambiamento di comportamento dei turisti.
Interessante notare che, mentre Bari registra questi segnali di allarme, le aree limitrofe del Salento e della Valle d’Itria stanno vivendo un aumento del fatturato, grazie all’afflusso di turisti più disposti a spendere. Tale dinamica porta a chiedersi se i 2,3 milioni di pernottamenti siano davvero “per Bari” o se la città funzioni solo da porta d’accesso verso destinazioni più redditizie.
