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La celebrazione dei cento anni di Turandot prende forma a Milano e in Toscana come un progetto che intreccia storia, studi musicologici e tecnologia scenica. La produzione in programma al Teatro alla Scala si estende fino al 29 aprile e culmina nel doppio appuntamento che ricorda la prima rappresentazione del 25 aprile 1926; l’allestimento di Davide Livermore unisce il patrimonio simbolico dell’opera di Giacomo Puccini a risorse digitali contemporanee, mentre sul podio sale Nicola Luisotti con un cast internazionale capeggiato da Anna Pirozzi, Roberto Alagna e Selene Zanetti.
Questo intreccio mette in luce come un’opera nata in epoca liberty continui a parlare al pubblico di oggi.
La rimessa in scena scaligera
La serata del 24 aprile è pensata come omaggio alla storica «prima»: un momento che guarda alla famosa interruzione di Arturo Toscanini al 25 aprile 1926, quando la rappresentazione si fermò alla morte di Liù.
In scena viene comunque proposto il finale di Alfano, ma la regia riserva il silenzio e la sospensione come richiami alla genesi drammatica dell’opera. L’allestimento visivo, realizzato in collaborazione con D-Wok e il creativo Paolo Gep Cucco, ricorre a un grande dispositivo ottico — una lente mobile — e a proiezioni che trasformano la scenografia in un paesaggio sospeso tra sogno e incubo, esaltando l’immaginario ispirato all’iconografia cinese contemporanea.
Il cast e la direzione
Sul podio, Nicola Luisotti coordina una compagine vocale che mette al centro il carattere eroico e drammatico dell’opera. Anna Pirozzi interpreta Turandot come voce di riferimento, affiancata da Roberto Alagna nel ruolo di Calaf e da Selene Zanetti come Liù. Questa scelta mette in risalto il contrasto tra i grandi moti d’orgoglio della principessa e il sacrificio personale di Liù, temi che la regia evidenzia grazie a soluzioni digitali e a illuminazioni mirate curate da Antonio Castro.
Anche elementi di scena come la luna in 3D contribuiscono a rendere tangibile il processo onirico della messa in scena.
Radici storiche e memoria toscana
Rievocare Turandot significa anche ripercorrere le tappe creative di Puccini: il compositore, scomparso nel 1924, lavorò all’opera nella sua dimora liberty di Villa Puccini a Viareggio, dove restano tracce del materiale incompiuto. Il Gran Caffè Margherita conserva il ricordo degli incontri mondani che alimentarono l’ispirazione, mentre a Lucca il Museo Puccini espone i carillon cinesi che suggerirono alcune melodie. L’amicizia con l’artista Galileo Chini, reduce da esperienze in Siam, contribuì invece alla ricchezza scenografica di lacche e dragoni, testimonianze oggi custodite anche al Museo del Tessuto di Prato.
Convegni e riflessioni
Accanto alle recite, il Teatro alla Scala ha promosso il convegno “Nel centenario di Turandot” nel Ridotto dei Palchi, un incontro guidato dal musicologo Raffaele Mellace insieme a Fortunato Ortombina, Claudio Toscani e il maestro Marco Munari. L’evento ha affrontato temi come i diversi finali dell’opera e il valore interpretativo del «pezzo mancante», ricordando il contributo scientifico di Michele Girardi. In esposizione nel Ridotto è stato inoltre presentato il dipinto di Corrado Veneziano tratto dal ciclo “Turandot 100. Il mio nome è amore”, a suggellare l’incontro tra musica e arti visive.
La staffetta tra Milano e Torre del Lago
Il centenario non si esaurisce nelle serate milanesi: la Toscana diventa palcoscenico diffuso per tutto il 2026 con la rinnovata attenzione a luoghi cari a Puccini. La riapertura del Caffè Di Simo a Lucca e il programma del 72° Festival Puccini portano Turandot sulle rive del lago di Massaciuccoli. L’asse artistico tra Milano e Torre del Lago è sintetizzato dalla cosiddetta staffetta artistica: il 17 luglio l’apertura del festival vedrà nuovamente in cartellone Anna Pirozzi e Roberto Alagna, con Aleksandra Kurzak come Liù e la direzione del maestro Marco Armiliato; repliche previste il 24 luglio, il 1° agosto e il 9 agosto.
Il bilancio di questo centenario conferma che un’opera rimasta parzialmente incompiuta può diventare un laboratorio di memoria e innovazione: Turandot resta un capolavoro capace di rinnovarsi, trasformando il suo Oriente immaginato in un linguaggio teatrale universale. Attraverso il dialogo tra tradizione e tecnologie digitali, tra studi musicologici e manifestazioni popolari, l’opera continua a sfidare interpreti e registi e a parlare con forza al pubblico contemporaneo.



