Carovane per una scuola – 20 anni in Zanskar

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Chi ha portato la Moka?

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“Ma avevi detto che usavamo la tua!” Convinti ognuno che l’altro loportasse, stiamo per imbarcarci senza quel piccolo marchingegno, unica concessione (assieme al prosciutto di Parma) al buon gusto culinario italiano. Ci aspettano otto ore di volo verso la capitale dell’India e,dopodomani, un atterraggio azzardato nel cuore dell’Himà laya, ma ora Piero ed io ci guardiamo perplessi, attaccandoci ad un capriccio, forse per
nascondere l’emozione di questo viaggio che mi porterà per due mesi lontano dai frastuoni del mio mondo.
E pensare che Ippolito Desideri s.J., primo italiano a transitare in questo antico regno tibetano, aveva impiegato non poche ore ma un anno per raggiungere la valle di Leh, capitale del Ladakh. E non era stato facile!
Allora, come oggi, questa regione grande come il nord Italia, posta in un labirinto di valli e catena montuose fra la Grande Himà laya a sud est ed il Karakorà m a nord ovest, poteva essere raggiunta solo in estate al disgelo
della neve che blocca i passi da Ottobre ad Marzo e rende impercorribili anche le gole del fiume Indo.

Ladakh vuol dire infatti “Paese degli alti valichi” e li vedremo tutti dall’alto dopodomani, volando sulla catena himalayana. Da quando la guerra civile turba lo stato indiano del Kashmir preferisco arrivare a Leh in aereo. Il Ladakh è stato annesso al Kashmir nel secolo scorso, perdendo l’indipendenza al termine di un lungo processo di decadenza che aveva visto pian piano smembrarsi l’impero ladakho. Nel 1600 il Ladakh era così forte da sconfiggere anche il Grande Tibet di Lhasa. Oggi è smembrato, conteso da India, Pakistan e Cina. Nessuno ascolta il parere
del Ladakhi. Linate – 30 giugno

La via dei ghiacciai

Le due fuoristrada sono ferme sotto il valico Pensi-la. Sonam,, guida e mentore, è in visita alle tende di pastori che custodiscono alcuni dei suoi yak quassù ad oltre 4000 metri. Seduti sui gradini di un “ciortèn” ammiriamo
il Tarak Durung Drung: la lingua di ghiaccio sembra perdersi all’orizzonte là verso sud sullo spartiacque dell’Himà laya.

È una giornata di grazia.
L’altro ieri abbiamo dormito a Panikar e fin dall’alba erano scivolate davanti a noi visione maestose, i picchi gemelli, il Kun e poi il Nun con i loro ghiacciai e poi via via una apoteosi di cime, seracchi pensili, valli glaciali, che continua fino a Padum dove contiamo di giungere stasera. Ieri sera siamo stati ospiti nel monastero lamaista di Rangdum, alla base di una gigantesca parete dove i depositi policromi creano una scenografia unica.
Tutta questa area è stata esplorata da Italiani. Con gli inizi del ‘900 le spedizioni geografiche, naturalistiche ed alpinistiche si fecero più
numerose e molti viaggiatori ingaggiano guide della Valle d’Aosta. come Giuseppe Petigax al quale ricorre anche il naturalista e topografo italiano Cesare Calciati fra il 1908 ed il 1911.
Dopo la spedizione del 1909, guidata dal Duca degli Abruzzi, che passa in Ladakh diretta al Baltoro e al K2, nel 1913 giunge uno dei fratelli
Piacenza, accompagnato dal medico Borelli, da Calciati e dalla guida alpina Gaspard.

Mario Piacenza, imprenditore laniero biellese, amante della montagna, svolge una notevole un’attività esplorativa in compagnia del fratello Guido. Assieme a Vittorio Sella fu quindi uno dei primi
fotoreporter himalayani. Giunto in Ladakh nel marzo trova impossibile intraprendere le scalate in programma e quindi procede fin oltre Leh assieme ad un voluminoso bagaglio di macchine fotografiche, lastre ed una cinepresa
da 35 mm con la quale documenta le cerimonie religiose del Set-chu di Hemis.
Finalmente il 3 Agosto, assieme a Borelli ed a Gaspard, raggiungono una vetta dei picchi gemelli del Nun e del Kun (m. 7.147 e 7.095) e, valicato il Pensila, salgono lo Z3 chiamandolo Cima Italia. Eccola là , splendente, massiccia.
Dal valico inizia lo Zanskar, la parte più remota ed isolata del Ladakh. Una vallata che in inverno rimane ancora più isolata, priva di una pista di atterraggio ed inaccessibile spesso anche agli elicotteri che a fatica ne
forzano gli accessi.

Questa unica pista è stata terminata vent’anni fa. L’avevamo percorsa nel cassone di un camion perché le fuoristrada non riuscivano ancora a transitare. Massicciate, ponti, paracarri l’hanno migliorata e resa più sicura, ma è una lotta impari. Chi vive qui da secoli sa che la natura non va contrastata ma assecondata, come il bambù davanti al tifone.
Pensi la – 6 luglio

In famiglia

La casa di Sonam, nel centro di Padum villaggio capoluogo dello Zanskar, è
disposta su vari livelli. Un ingresso buio e stretto attraversa il pian terreno dove in inverno trovano riparo gli asinelli, si sale per una scala
in pietra verso il primo piano con gli appartamenti invernali, nelle case vicine ho intravisto rudimentali scale in argilla od in legno. Nelle stanze v’è poco da descrivere, si assomigliano tutte, con i muri spogli, qualche
tappeto e qualche cuscino, al più un tavolinetto ed una cassapanca. Sonam
appartiene ad una famiglia benestante ed i membri della famiglia hanno ognuno la propria stanza, ma normalmente nelle case v’è solo un grande salone che serve da dormitorio, soggiorno e cucina per tutto il lungo
inverno, con al centro del pavimento un rozzo e poco funzionale focolare e poveri scaffali allineano le stoviglie.
Dolma, moglie di Sonam, ci aspetta nella cucina estiva con una sorpresa: la moka usata nella spedizione invernale del 92 e lasciata qui perché avevamo finito il caffè.

La macchina è in perfetto ordine ancora dopo otto anni.
Pensavo che la guarnizione fosse ormai rigida e screpolata. Sonam sorridendo confessa che ogni sei mesi l’ha controllata. per impedire che si deteriorasse.
Il locale è ampio ed al centro troneggia un monumentale focolare quadrato, alto circa un metro e largo altrettanto. È un massiccio blocco di argilla nera con ornamenti modellati che raffigurano i tradizionali motivi simbolici: il fiore di loto, la ruota della vita e la losanga intrecciata.
Tutt’attorno, sulle pareti, corre una impalcatura a più ripiani, molto semplice e senza ornamenti, essenziale nella sua linearità ; vi sono disposte in bell’ordine lunghe file di pentole di rame lucente di ogni dimensione,
teiere in ottone e rame arabescate in argento ed anche alcune immagini sacre davanti alle quali brillano i lucignoli di sette coppette d’ottone. Ma qualcosa è cambiato in questa stanza che ricordo fumosa nelle sere invernali
qui trascorse: una lampada al neon alimentata da un pannello solare sul tetto, un fornello con bombola e? un televisore con annessa batteria e stabilizzatore.
Dall’andito dove si aprono le varie stanze si sale ulteriormente con altri ambienti e ripostigli alcuni chiusi con una porta massiccia, altri con un pesante tendaggio.

Con altri ragazzini, fra cui Tundup e Stanzin, figli di Sonam e Dolma, Luisa va a giocare all’ultimo piano dove il patio è composto dal loggiato, sostenuto da pilastri in legno, sul quale si aprono le stanze
dei quartieri estivi. Vi sono meno stanze ma sono più alte e più ventilate di quelle sottostanti che hanno poche finestre per trattenere meglio il calore. In questi mesi “torridi” la famiglia dorme sul tetto a terrazza.
Quassù vi sono una cucina estiva ed un salotto di rappresentanza dove anni fa abbiamo ricevuto la festa dell’accoglienza.
Chiedo a Sonam di aprirmi una porticina da cui accedo alla cappella di famiglia, altra caratteristica stanza comune a tutte le case abbienti. Nella penombra mi piace restare in silenzio soffermando lo sguardo sulle piccole
statue di Buddha, sui rotoli dipinti, fra il baluginare delle candele e l’aroma degli incensi.
Padum – 8 luglio

Il sentiero si è allungato?

Una giornata che non finisce più. Sono partito per ultimo dal monastero di Lingshed, attardandomi a parlare con il “ghesce” (monsignore) e con una finanziatrice europea della piccola scuola locale. La tappa inizia tardi e non finisce più. Dal campo a 3.900 metri ero sceso al monastero a 3.800, poi di nuovo su a 4.200 per scendere ancora a 3.800. Rapido il cielo si è chiuso, la tempesta è arrivata violenta con schianti e fulmini. Ho gettato lontano i bastoncini metallici e mi sono accoccolato contro il pendio. Vedo lassù i cavalli passare il secondo valico, ho mandato avanti i compagni. Ho voglia di star solo, ma adesso ho paura per loro, scorgo le mantelle
sgranarsi sul pendio scivoloso. Ed ancora più in alto al secondo valico. Non piove più, ma il vento è aumentato. Ora mi viene contro. Il campo è più avanti rispetto al punto dove mi ero accampato in viaggi precedenti: fra
poco nevicherà e farà buio ed allora è meglio avanzare il più possibile in modo di essere domani pronti a valicare il passo a 5000 metri. Ultimo chilometro quasi in piano, ma: che fatica! Riguardo gli appunti presi vent’anni fa: avevo annotato tempi molto più brevi?
14 luglio – Campo quota 4.300

Sogni infranti

Una settimana di tempo stupendo mentre risalivamo la valle del fiume Markha. Poi la delusione di tre giorni di pioggia, grandine e nevischio a Nimaling, “i prati del sole”! Due notti al campo alto ad aspettare un momento di
schiarita per salire il Kang Yatse in sicurezza. Ed ora una ordalia di acqua nel torrente. Per forzare le gole entriamo in acqua una, due, enne volte.
Trentadue guadi di cui dieci immersi fino all’inguine.

Sumdo – 30 luglio

Tombe di ghiaccio
Ancora una giornata di grazia per ammirare gli Z dal valico del Pensi-la, ma tragici e misteriosi episodi sono accaduti in questo mese. Ieri abbiamo preso a bordo alcuni irregolari: facce di ragazzini terrorizzati, colpo in canna, sanno che non devono cadere vivi nelle mani di chi hanno tradito
Sono mujaidin, convinti a collaborare da paura o denaro o tortura. Per la prima volta la guerriglia sembra entrata in Zanskar. A Rangdum Gompa, tre giorni dopo il pernottamento del nostro primo gruppo, sconosciuti hanno ucciso i monaci che ci ospitavano.
Il sole ha sciolto le paure della notte trascorsa per sicurezza accanto alla stazione di polizia, la storia è più intricata e complessa di quanto ho brevemente accennato a mia moglie ed agli amici che mi hanno raggiunto per questo trekking, la terza delle carovane che ho organizzato sul filo dei ricordi.
Penso al ragazzo tedesco ritrovato, giorni fa, fra i crepacci del Nun e mentre laggiù, di fronte a noi, il Durung Drung racchiude i resti di un
giovane scalatore giapponese. Nelle orecchie riecheggiano le parole di Agostino Gentilini che di quell’evento era stato testimone. Devo aver parlato ad alta voce perché Luisa, seduta sulle mie ginocchia, chiede “perché il ghiacciaio è una tomba?”.
Pensi la – 12 agosto

Arak, l’acqua di vita degli alchimisti

“Arak” è il termine che indica ogni sorta di alcool prodotto in Himà laya od in altre zone dell’Oriente. Accanto al nostro campo alcune donne si preparano a distillarlo. Usano come base il “ciang”, infatti in un angolo c’è dell’orzo che è già stato fatto fermentare in un pentolone. Tre settimane fa lo hanno lavato e scolato, disteso su un pezzo di iuta tiepido
ed umido. poi spolverato con il “ciangtsi”, il lievito fermentante. In una pentola ben chiusa ha fermentato a lungo. A questa nauseabonda poltiglia sono stati aggiunti zenzero e melassa, facendo poi riposare la mistura qualche giorno. Alla fine la birretta, simile a quella degli Egizi, è pronta. Può essere bevuta o distillata.
L’apparecchio è un condensatore che non sfrutta alcuna serpentina, la sua ideazione è sicuramente antecedente all’invenzione dell’alambicco dal quale, nel medioevo, sgorgò per la prima volta l’acqua della vita degli alchimisti. Il meccanismo è semplice: su un fornello a legna sono poste tre pentole
impilate una sopra l’altra. Alla base c’è un pentolone di rame nel quale è stato versato l’intruglio ricoprendolo d’acqua. Sopra è stata posta una pentola di terracotta dal fondo forato come un crivello (è simile a quella che abbiamo visto usare per bollire a vapore i “momo”, i tortelloni), al suo interno, su un piccolo treppiede, sta una ciotola di terracotta. Sopra questa sorta di colino sta un’altra pentola di coccio piena d’acqua, sulla quale finalmente è sovrapposto un coperchio. Fra le varie pentole sono stati posti, a mo’ di guarnizione, alcune strisce di stoffa. Sotto la pentola inferiore la fiamma è molto bassa e il liquido evapora molto lentamente. L’acqua fredda nella pentola superiore viene cambiata continuamente in modo che sul suo fondo,
proprio sopra la ciotola posta all’interno della pentola mediana, si condensa l’arak che cade nella ciotola. Più volte si ripete il processo, più
l’arak è forte!
Stasera Luisa vuole dormire con papà all’aperto. La luna piena inonda il pianoro, a meridione scintilla l’Himà laya e davanti a noi, come in un sabba, le massaie si alternano attorno al fuoco: l’operazione andrà avanti fino a notte tarda. Riesco a prendere appunti senza accendere la pila tanto è forte il chiarore lunare.
Raru – 16 Agosto

Attimi di terrore

Phuktal è lì, a portata di mano. Minuscoli edifici bianchi, un piccolo alveare bianco in una grande caverna. Da anni attendo il momento di tornare ad ammirare questo piccolo monastero, unico per la sua posizione. Ed ora sono a cento metri dal gompa ma non riesco più a muovere un passo. Se avessi i capelli neri sarebbero diventati bianchi, se li avessi? sarebbero ritti in piedi. Ho trascorso le ore più lunge della mia vita. Il blocco allo stomaco
solo ora si sta sciogliendo. Non ricordo momenti simili di terrore puro,
neppure anni fa quando Yemen ci hanno prelevato con i mitra, neppure l’altro giorno quando la paura che si leggeva sul visto dei guerriglieri ci aveva contaggiati.
Stamane ho sbagliato valutazione. Eppure dovevo ricordarmi che il sentiero era una esigua traccia su un pendio instabile. Dovevo ricordarmi che nei viaggi precedenti pochissimi erano passati, gli altri erano tornati indietro.
Da Ichar ci siamo avventurati su una scorciatoia per soli viandanti,
viandanti locali, non per turisti. Il sentiero si trasforma in traccia. Cerco di tenere per mano Luisa ma in due non si passa. La metto davanti a me. Ne sorveglio il passo, ma quel frullio di piedi mi stordisce. Per controllarla guardo costantemente in basso e laggiù, trecento metri sotto, scorre il fiume. Mi gira la testa, Luisa trotta avanti. Se sbaglia un movimento non c’è ritorno, non si può neppure legarla e procedere in sicurezza. Pensiamo che il tratto stia per finire, ma siamo solo all’inizio
Franco si impone a Luisa, la prende per mano, manda avanti me, Angelo, Stefania e Wanda. Il trio Sonam, Luisa e Franco, marcia sicuro su questo sentiero per capre. Dove la traccia è crollata Luisa è passata di peso da uno all’altro. Quando ci rendiamo conto che siamo solo a metà , l’unica scelta è andare avanti. Infinite volte la traccia scompare, distrutta dalle
rigole formate dalla grande pioggia di venti iorni fa. Sonam scava il sentiero nella ghiaia. I ciottoli franano verso valle, cadono, imbalzano, si perdono nell’abisso. “Non pensare al peggio, non distrarti, non pensare,
non concentrarti su niente – ripeto in un oliloquio interiore – cammina leggero, non chinare troppo il capo, lascia che l’occhio ercepisca naturalmente gli ostacoli”.
Continuiamo ad andare. Mi sento un idiota per ver dimenticato la pericolosità di questa scorciatoia. Sudo freddo. Così per due ore, senza fine. Quando arriviamo sulla mulattiera, non ho neppure la forza di piangere. “Grazie, Franco!”
Phuktal – 19 agosto

In visita al Gyalpo

La casa del Gyalpo (re) di Padum è a fianco di quella di Sonam. Solo una più ricca decorazione degli architravi delle finestre la differenzia dagli edifici circostanti. Luisa è perplessa: si aspettava una villa o qualcosa
che denotasse una dignità regale. Ancor più perplessa quando la moglie ci chiede di pazientare un attimo, il re è occupato nei campi. Sono gli ultimi giorni di agosto ed anche se è domenica, giorno festivo, anch’egli sta
aiutando nel raccolto cercando di terminarlo prima del tramonto ormai prossimo. Eccolo salire le scale, e raggiungerci sorridente. Puntchok Dawa è amico d’infanzia del padre di Sonam, sono cresciuti assieme, hanno compiuto due pellegrinaggi a Lhasa, hanno svolto la stessa professione di maestro
elementare. Nel 1949, quando una pattuglia pakistana raggiunse Padum, riuscì a fuggire sui monti mentre il padre di Sonam visse nascosto per sei mesi nella casa di un ladakho musulmano. Nel 1981 morì il padre morì e da allora Puntchok Dawa assolve al suo ruolo tradizionale di re, presenziando alle
cerimonie più importanti, rispettato dai discendenti dei sudditi di suo nonno, ultimo re dello Zanskar occidentale, occupato assieme al Ladakh dalle truppe kashmire di Zorowar nel 1840.
Come maestro il re segue con interesse l’esperienza della Lamdom Model
School: “Conoscere le tradizioni e saperle conservare aiuterà i giovani ladakhi, ma essi dovranno anche saper leggere i mutamenti in corso e per far questo occorre una maggior diffusione della educazione e della istruzione .
Solo così avranno gli strumenti per conoscere e confrontarsi con i vostri modelli di sviluppo. Altrimenti scompariremo”.
Padum 22 agosto

Cerco una risposta

Quando a Mallory chiesero perché voleva salire l’Everest rispose: “Perché è là !”: vorrei rispondere con altrettanta determinazione. In Italia so cosa rispondere quando me lo chiedono al termine di una conferenza. Ma oggi la domanda non è di circostanza. A formularla è Nawang, responsabile della
sicurezza dell’aeroporto, con il quale mi intrattengo prima di imbarcarmi. Abbiamo parlato a lungo, spaziando dalla politica alla geografia, dalla descrizione di quanto ho visto aldilà del confine in terra nemica (Pakistan
e Cina) al ricordo degli anni passati. Mi guarda dritto negli occhi: “Perché il Ladakh nel tuo cuore?”. Non posso usare belle frasi di circostanza, ma ho difficoltà a tradurre “perché il primo amore non si scorda mai!”.
A trent’anni, soprappeso e imbolsito, il dottor Remo Grottolo mi aveva suggerito “Vai in montagna!”. Quattro ore dopo ero iscritto al CAI di Brescia, ad una gita al Caré Alto, possedevo un paio di strumenti detti
ramponi, una piccozza ed una corda dell’otto.
E se il mio medico fosse stato un subacqueo?
Poco tempo dopo, al cinema Pavoni, assistendo ad una serata ho visto al guida alpina Gianni Pasinetti salire verso i Fang. Mi sono detto: “Lassù non posso andarci, ma almeno arrivare ai campi base?”: il primo agosto 1980 partivo per lo Zanskar,. non sapevo bene dove fosse l’Himà laya e nello zaino avevo solo due rullini?
2 settembre 2000 – volo Leh-Delhi

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