La passione per i sentieri nasce dal desiderio di sfidare il proprio corpo e concatenare emozione con natura. Ma, senza una buona preparazione, l’esperienza può trasformarsi in un pericolo reale. Nella mia esperienza, chi decide di percorrere un sentiero deve curare ogni dettaglio, dal primo passo della scelta del percorso all’ultimo ricongiungimento con la civiltà.
Ecco perché approfondire queste fasi è cruciale.
Scelta della meta e preparazione preliminare
Il primo passo consiste nella ricerca del percorso: vediamo l’altezza, la lunghezza, la difficoltà e l’ambiente circostante. Per esempio un sentiero unico come la Via Francigena offre diverse opzioni di soste, ma presenta tratti di cantiere nei periodi di manutenzione.
Dallo stesso principio si attinge anche verso percorsi meno frequentati, dove la vali del Monte Dente di Lupo richiedono una buona capacità di orientamento.
Successivamente occorre stabilire un piano di rifornimento di acqua e cibo. Un classico “rule of thumb” non è più valido nella pratica: la quantità di acqua da trasportare dipende dal clima, dall’altezza e dalla durata.
Sono utili gli espandi turneri o i kit disidratati che possono ridurre notevolmente il carico. E decisamente meglio, se possibile, interdisciplinare con un rifornimento ogni 2–3 km, mescolando bottiglie in acciaio con contenitori a sconto d’aria.
Fornire al corpo energia sufficiente è essenziale. Se il percorso è di 50 km, la “regola del 30%” suggerisce che il rifornimento di snack non debba eccedere il 30% del peso totale complessivo.
Inserire, ad esempio, una barretta proteica di 50 grammi per ogni metro di passo complessivo, garantendo dd. 100–150 kcal per km. Queste misure riducono il rischio di abruzzia.
Una volta ben definita la logistica, si può passare alla valutazione del rischio climatico ed ambientale. Consultare le previsioni meteorologiche con un focus sui micro-climi è consigliabile: in montagna, un temporale improvviso è la causa principale di incidenti. Il protocollo di sicurezza prevede un’attivazione immediata di rifugio o picnic spot. Manca perché i passanti usino il tab, ma con un rimedio rapido: 1) verificare la copertura di tutti i punti di rifugio lungo la rotta, 2) avere a disposizione un cordino in spalla per emergenza, 3) predisporre un kit di primo soccorso che includa paracetamolo, nylon, e—per i tossicodromi—antibiotici specifici.
Tecniche di trekking sicuro e consigli pratici
La fase di esecuzione è il vero test della preparazione. La topologia del tracciato varia: da dislivelli costruiti a pendii rocciosi. Se il percorso attraversa un dislivello di 400 m in 5 km, la velocità media consigliata è di 400-500 m/h. L’ergonomia dei passi diventa cruciale; tende a sentire la fatica dalla parte anteriore del corpo, non dal cuore. Un consiglio pratico: ate girare i passaggi a 45° rispetto al terreno, per ridurre l’interrizione del polpaccio.
Il proprio mobile è il primo “equipaggiamento”. Camminare con scarpe tecniche e invernali, magari con tacche che garantiscano visibilità in caso di incroci notturni, è obbligatorio. Inoltre l’uso di una sacca a spalla a rimorchio garantisce la stabilità in slant. Un altro punto spesso trascurato: la protezione solare. Inaltitudine, l’UV è doppio, quindi un cappello ad ampio bordo d’esterno, crema con SPF 50 e occhiali da sole con filtro UV stanno oltre.
Osserviamo anche i “signal points”: ognuno per 2 km, usiamo il capitano di marcia per controllare l’acqua, la pressione degli pneumatici, la stanchezza e lo stato della mappa. Se qualcuno nell’area gode di scrematura, entro 15 minuti di rientro. In caso di maltempo, il protagonista è la chiave. Se la pioggia è intensa, è meglio infatti fermarsi al primo rifugio o a un’ombra naturale, velocemente. Il passo impossibile non ha bisogno di avanzamento: scegliere la sicurezza è la prima forma di avventura.