Nel 2026, l’Europa si trova di fronte a una realtà complessa in termini di spesa per la difesa. Mentre tutti i Paesi dell’UE membri della NATO hanno raggiunto l’obiettivo del 2% del PIL destinato alla difesa, un’analisi più approfondita rivela una divisione netta tra chi corre avanti e chi si limita al minimo indispensabile.
La spesa per la difesa è diventata uno dei pochi motori di crescita in Europa, in un periodo di shock negativi continui. Tuttavia, il rafforzamento effettivo delle capacità militari non è sempre proporzionale ai numeri complessivi.
I leader della spesa militare
In testa alla classifica c’è la Polonia che nel 2026 ha destinato alla difesa il 4,48% del PIL superando persino gli Stati Uniti fermi al 3,22%.
Subito dietro si trovano i Paesi baltici: Lituania al 4%, Lettonia al 3,73% ed Estonia al 3,38%. Anche i Paesi nordici come DanimarcaFinlandia e Svezia stanno investendo pesantemente nella difesa.
Questi Paesi, più vicini alla Russia stanno guidando la corsa agli armamenti, con proiezioni che li vedono raggiungere il 5% del PIL entro il 2035.
L’economista di Oxford Economics Tomas Dvorak, ha dichiarato che questa tendenza è destinata a durare, grazie anche allo stimolo fiscale tedesco.
I Paesi che fanno il minimo indispensabile
Dall’altra parte, ci sono i Paesi che si limitano a raggiungere il minimo richiesto. ItaliaFranciaSpagnaBelgioPortogalloCechia e Lussemburgo si sono attestate esattamente al 2%.
Alcuni, come Ungheria e Repubblica Ceca hanno addirittura ridotto la spesa per la difesa nel 2026.
Per il 2026, si prevede un aumento di appena 0,1 punti percentuali, fino al 2,6% del PIL per l’UE nel suo complesso. Questo rappresenta quasi una pausa dopo un anno di significativi aumenti in Paesi come GermaniaItalia e Spagna.
Dove finiscono i soldi
Un aspetto critico è dove finiscono i soldi spesi per la difesa. Secondo Oxford Economics circa il 40% della spesa per equipaggiamenti militari finisce a fornitori extra UE. Questo significa che una parte consistente dei fondi non rimane in Europa.
Inoltre, una parte dell’aumento della spesa riflette le regole contabili più che un reale rafforzamento delle capacità militari. I pagamenti anticipati per ordini pluriennali possono gonfiare le cifre anni prima della consegna effettiva dei sistemi d’arma. Inoltre, la nuova definizione di spesa per la difesa include una quota dell’1,5% per infrastrutture ‘connesse alla difesa’, una definizione che può essere interpretata in modo flessibile.
La parte più solida dell’aumento riguarda soprattutto i mezzi e gli equipaggiamenti, che rappresentano ormai circa un terzo del totale della spesa per la difesa.
La strada verso una difesa europea più forte e coordinata è ancora lunga e complessa.
